L’attivismo tedesco e le divisioni dell’Europa sul salvataggio greco

C’è almeno un’altra settimana di tempo, fino al vertice di lunedì tra i ministri delle Finanze dell’Eurozona, per trovare un accordo su come uscire dall’ennesima fase acuta della crisi greca. Al vertice straordinario del Lussemburgo di venerdì sera, infatti, i ministri finanziari dei principali stati dell’Ue hanno preso atto che Atene non riuscirà a ricorrere al mercato per fare fronte alle emissioni di debito pubblico del 2012.
9 MAG 11
Ultimo aggiornamento: 23:44 | 13 AGO 20
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La Germania pare infatti decisa a incarnare una fronda ultra-rigorista che all’interno del Vecchio continente si batterà per avvicinare nel tempo il momento della ristrutturazione del debito greco, ovvero un accordo in base al quale mutare le condizioni dei prestiti concessi ad Atene così da alleggerire l’onere per il paese nei confronti dei creditori. L’ipotesi più estrema è quella di una riduzione di almeno il 30 per cento del valore facciale dei titoli di stato greci: ciò vorrebbe dire, per i creditori, perdere il 30 per cento rispetto a quanto investito. Meglio questo, ragionano a Berlino, che il default incontrollato del paese. E soprattutto meglio la ristrutturazione, con annesse perdite per i creditori (anche privati, come le stesse banche teutoniche), che l’ennesimo pacchetto di aiuti ad Atene finanziato dal contribuente.
La posizione “rigorista” potrebbe essere rafforzata dalla decisione di ieri di Standard & Poor’s di abbassare il rating del debito a lungo termine di Atene da “BB-” a “B”. Un declassamento che il governo greco ha definito “ingiustificato” perché “fondato su rumors e articoli di stampa” ma che sicuramente certifica la gravità della situazione. La Germania dunque, come ha scritto ieri il Wall Street Journal, sta “premendo silenziosamente” per una ristrutturazione. Secondo quanto risulta al Foglio, il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, al vertice di venerdì si è detto allineato alla posizione degli altri ministri dell’area euro – sì al rafforzamento della credibilità del piano di aiuti alla Grecia, no alla ristrutturazione del debito – ma ha fatto intendere di non poter garantire per tutto l’esecutivo guidato da Angela Merkel, e per questo si è appellato alla Grecia affinché mostri segni tangibili del suo impegno per un aggiustamento fiscale, fornendo per esempio scadenze dettagliate per il piano di privatizzazioni annunciato sin da febbraio. E il fatto che a Berlino si sia rafforzata una linea meno conciliante con il resto dell’Ue è dimostrato anche dalle parole dei giorni scorsi del viceministro degli Esteri, Werner Hoyer, secondo cui una ristrutturazione del debito greco “non sarebbe un disastro”, oltre che da un evidente attivismo della stampa tedesca. Dopo l’articolo di venerdì scorso dello Spiegel, con il quale il settimanale annunciava la fuoriuscita di Atene dall’Eurozona facendo innalzare lo stato d’allerta nei mercati, ieri la Bild – il tabloid più letto del paese – drammatizzava la situazione schierandosi in un editoriale per la fuoriuscita della Grecia dall’euro. Su un fronte opposto a Berlino si posizionano la Banca centrale europea (Bce) e la Commissione: dalla Bce, in particolare, arriva l’invito a non ragionare soltanto in termini teorici.
Ogni ristrutturazione è una storia a sé: nel caso greco sarebbero innanzitutto le banche elleniche, con in pancia 50 miliardi di euro di debito nazionale, a subire il contraccolpo. Ma come potrebbero poi essere ricapitalizzate, si ragiona all’Eurotower, se il mercato avrà perso fiducia in Atene e se la stessa Grecia non avrà nemmeno un avanzo primario? La Francia, che un anno fa accusò Berlino di tentennare troppo prima di intervenire a sostegno di Atene, per ora esclude categoricamente l’ipotesi ristrutturazione. Spalleggiata questa volta dai paesi che si affacciano sul Mediterraneo, Spagna in testa, su posizioni “ultra-europeiste”. Paesi, nota più di un addetto ai lavori, che intendono tra l’altro evitare di creare un precedente che spaventi gli investitori e mini anche la propria credibilità. Per questo le ipotesi che più probabilmente saranno discusse lunedì sono due: l’acquisto dei titoli greci di nuova emissione da parte dell’Efsf (European Financial Stability Facility) nel 2012 e l’allungamento delle scadenze del prestito Ue-Fmi. Il che già equivale a una “ristrutturazione soft”, secondo qualcuno.